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Da Olbia a Olbia
Sono appena tornato. Da un viaggio fatto tra gli incanti di mosaici di pietre dure, valli brulle, boschi fatati e coste a picco sul mare. Un viaggio fatto in silenzio. Tra le vibrazioni del motore della mia moto e il sibilio del vento che mi cinge come una vecchia mamma. E’ il viaggio dell’anima. Quella libera, quella cristallina. Quella che non indossa cravatte o camicette griffate.
Attraverso rettilinei assolati come le vite di ignari bambini e tornanti contorti come i pensieri di uomini corrotti. In un ritmo incessante, come fosse un gioco di delicati equilibri, mi cullo in un’infinta alternanza di spinte, accelerazioni e staccate. Mai al limite, come la mia anima mi suggerisce, ora che un po’ di saggezza prende il posto dell’incoscienza. E la musica del cuore sale grandiosa. Mentre il mio sguardo, finalmente e orgogliosamente infantile, si alterna frenetico tra il contagiri, l’ingresso della prossima curva, l’orizzonte caldo che lontano ipnotizza e la coda della moto di mio fratello che mi precede. E’ il viaggio del coraggio fatto di scelte ardite, rinunce faticose. E’ il viaggio in solitudine. Quella solitudine che ho scelto come compagna. E’ il viaggio delle paure, come quelle che ho ogni volta che vedo loro che accelerano e scappano via alla ricerca di emozioni estreme, troppo estreme per me. Ed ecco allora che come fossi Sisifo ai piedi della più faticosa delle salite, comincio nell’anellare curva dopo curva col cuore in gola sperando di trovare dietro ognuna di esse solo asfalto e paesaggi da benedire. Passano i chilometri e il mio corpo inizia a perdere la consistenza organica per trasformarsi in un articolato biomeccanismo, protrusione naturale della moto che cavalco. E’ una sensazione incredibile. Sentire che i confini fisici del corpo si dilatano e si fondono a quelli meccanici di un diabolico prodotto della moderna tecnologia. Tutto viaggia all’unisono. Tutto si muove con un perfetto sincronismo. Come nel più bello degli amplessi.
Lo sguardo continua a bere entusiasmo dietro ogni ombra scavalcata. Il sole ora è di fronte. Tutto appare evanescente come in un sogno. Figure inventate di fate e unicorni fanno passerella davanti a me, come a volermi ricordare che la realtà non è, per fortuna, solo quella nitida e contrastata che si vede ogni giorno. Faccio fatica a mettere a fuoco e l’impulso della mano destra rallenta i movimenti dell’acceleratore. Scalo un paio di marce e entro, penetro, quell’incanto lasciandomi trasportare in un mondo fantastico. Sento il calore accarezzarmi le spalle. E mi ritrovo a duellare, come in un rito antico, con quelle strane figure come in una sorta di danza tra antichi cavalieri e anime fatate. Poi l’ennesima curva e il sole si sposta veloce, come fosse preda di una tempesta galattica, per lasciare spazio a una visione nitida e vivace di una montagna autoritaria e immobile. E’ lì, davanti a me, pronta a fagocitare, con impassibile noncuranza, i miei sforzi e il mio dimenarmi tra le curve. Mi osserva, mostrandomi tutta la sua imponente e millenaria bellezza. E capisco quanto siano inutili e sciocchi gli sforzi ossessivi degli uomini. La scalo, alternando le marce, tirando la frizione e dosando il gas. E ogni metro che faccio mi accorgo di quanto insignificanti siano gli sforzi miei. Lei, la montagna, è sovrana. E per oggi, solo per oggi, mi ha concesso alla sua corte, lasciando che la consapevolezza mia raccolga il messaggio ardito di chi sa di resistere ai millenni, ma non alla stupidità umana. E finalmente giungo sulla cima, dove loro sono già arrivati da tempo. Poggio i piedi per terra, sfioro il suo corpo come fosse quello di un vecchio, saggio nonno. Chiedo scusa per aver profanato tanta autorevolezza, metto la moto sul cavalletto e mi sporgo. E di lì mi perdo nello sguardo di un vuoto che arriva fino alla fine del mondo. Siamo tutti fermi, immobili. Forse preghiamo. Forse piangiamo. Solo il tempo ancora per uno sguardo tra le visiere dei nostri caschi, uno sguardo fiero di chi sa di aver rinunciato a tutto tranne che alla dignità, e ci si rimette in moto. E giù verso il colore blu del più bello dei mari. Ancora un nuovo giro di giostra. Come un bambino contento per la monetina inserita che gli consente ancora un po’ di divertimento. Planando dalle nuvole che celavano i segreti di quella montagna si inizia a vedere, sempre più distinta, la scogliera che prelude all’ingresso verso il mondo delle creature più incredibili che esistano. So che non le vedrò, ma mi piace immaginare di scorgerne una, laggiù all’orizzonte. Che sbuffa. E’ una balena, forse l’ultima. Lenta e armonica avanza verso il suo futuro. Che le è davanti e che non è infinito. Vorrei poter fare un balzo con la mia moto, spingermi fin dove nuota lei, accostarmi e suggerirle la direzione che la salva da un destino ormai segnato. Mi osserva con uno sguardo che affonda il cuore. Sa che non posso trascinarla oltre i confini di quel mondo che gli appartiene. E silenziosa scompare verso gli abissi insegnandomi la saggezza di chi sa comprendere e rispettare il destino. Alzo la mano, la saluto, scalo una marcia, apro il gas e in un istante sono di nuovo sull’asfalto a intrecciare le traiettorie con i miei fratelli riders.
Ormai tutto avviene in perfetta armonia. Tutto appare codificato da una complessa e articolata sequenza di algoritmi che scandisce la successione delle procedure per una guida perfetta. E proprio mentre l’equilibrio è totale sento forte su di me lo sguardo di mio figlio. Che mi rasserena e mi appaga. Che vigila nell’ignara sua distrazione. Vigila eccome.
Ancora chilometri da inghiottire, come se ognuno fosse custode di chissà quali reconditi segreti. Non c’è stanchezza. Non c’è tristezza. C’è solo l’enfasi della giuda. Come se guidare la moto equivalesse alla lettura del più suggestivo dei romanzi.
E, così, dopo chissà quanto si arriva all’ultima pagina di questo racconto. Mai pubblicato e mai scritto. Ma inciso nelle anime di chi l’ha vissuto. Un racconto nella storia di chi ha avuto il coraggio di viverla. La mia è questa. E l’ho voluta raccontare.
Dedicata a Achille e Principe. A Frenoarmando e chi mi ha sempre accompagnato in moto. A mio figlio Alessandro che è sempre con me sul sellino e a quell’angelo che mi protegge ad ogni curva.
Mani
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