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Road to Stonehenge
Eccomi a raccontare questo
viaggio.
Il tutto è nato a maggio, avevamo
già abbozzato una vacanza in moto in Corsica, fatta di brevi escursioni, tanto
mare, riposo e pesce. Poi ci si è messo mio babbo che coi suoi amici è andato
10 giorni in giro per Spagna e Portogallo, in moto.
A quel punto, una sera di maggio,
in un Pub di Ravenna, ho lanciato l’idea: “e se cambiassimo vacanza ed
andassimo a Stonehenge?”.
Una settimana per metabolizzare
la cosa e poi è cominciata la preparazione.
I protagonisti: Il Divoratore,
Johnny Got The Blues, DiscoLady, Testa di Melone e io. Le moto: Transalp XL700
(DiscoLady ed io); Kawasaky Versys (Testa di Melone e Divoratore); Trumph
Bonneville (Johnny Got The Blues).
Parte della preparazione è stata
anche fisica, corsetta serale per me e il Divoratore, esercizi per la schiena
ed una pallina di spugna da schiacciare al fianco del pc, al lavoro, per
rinforzare gli avambracci in vista delle vibrazioni: volevamo essere pronti ai
4000km con moto cariche e Zavorrine.
Poi abbiamo abbozzato il
percorso, scegliendo di fare l’andata attraverso Svizzera e Francia ed il
ritorno attraverso Belgio, Germania e Austria. Abbiamo definito le regole:
partenza la mattina entro le 9.30, tappe di max 300/350km, arrivo sempre entro
le 17.00. Ognuno ha indicato un paio di cose che voleva fare, vedere e abbiamo
lasciato libero il resto. Non abbiamo prenotato nulla, per essere liberi di
valutare se fermarci in un posto un giorno in più, se cambiare meta, ecc.
Il primo giorno ci siamo sparati
fuori dall’Italia, attraverso il passo del San Gottardo, fino ad Altdorf.
Arrivare in Svizzera è stata una
corsa entusiasta fra file ai caselli, caldo infernale e tensione nell’ascoltare
le prime reazioni delle moto cariche come SUV.
Il fisico ha retto a questi primi
km e anche le moto hanno risposto bene al carico. Ad Altdorf ci siamo imbattuti
in una festa animata e vivace, oltre che nella statua di Guglielmo Tell. Gli
auspici sembravano positivi o almeno, il nostro stato emotivo ci portava a
percepire tutto in maniera positiva.
Appena dopo l’ingresso in città mi
rendo conto di essere già passato da Altdorf quasi 10 anni prima, quando con
mio babbo andammo in Svizzera per vendere castagne ai supermercati. La
riconosco proprio da un supermercato. Il primo ma non l’unico tuffo nel
passato.
Le moto erano pesanti ma pian
piano anche in questa versione diventavano famigliari, anche se nei tornanti le
mie borse laterali erano molto vicine all’asfalto.
La sera faccio un check up delle
mie emozioni, l’apprensione che ha caratterizzato la partenza ed i gironi
precedenti sta svanendo, il rilassamento ed il godimento stanno arrivando,
finalmente.
Il giorno successivo il cielo
prima si oscura e poi arriva la pioggia e, per me, dolore alla cervicale. Ci
aspettavamo giorni di pioggia, i miei studi dicevano 3 o 4 in tutto, eravamo pronti, e fortunatamente
avevamo accumulato km di vantaggio sul percorso ideale e siamo arrivati a
Strasburgo.
Lungo la strada abbiamo
cominciato ad assaporare gli spazi ampi e distesi della Francia che ci
avrebbero accompagnato fino a Calais. La Francia è così, tranquillizzante, km dopo km ti
si presenta uguale e i cambiamenti sono talmente graduali che ti ritrovi da
bosco a campagna pensando di essere nello stesso posto.
A Strasburgo una doccia ed un cerotto
magico mi rimettono in sesto. Sono un po’ cupo ma lo capisco e cerco di
navigare la cosa. La cenetta alla Volpe Parlante è di aiuto, il giro per la
città europea mi riporta alle porte della gioia e del rilassamento. Per il
resto il morale è alto, la stanchezza è meno di quella che si pensava, il
viaggio sembra possibile, adesso. Già, siamo partiti senza essere certi di
farcela. Anzi, diversi ritenevano che avessimo puntato un viaggio troppo lungo,
troppo difficile, per essere alle prime armi e anche fra di noi la sicurezza
non c’era. Son bastati due gironi di moto per capire che saremmo arrivati e
anche tornati. Strasburgo ci fa cominciare ad assaporare il Nord, queste città
vive, piene di iniziativa e voglia di godersi l’estate.
La mattina dopo colazione in un
bar e la fatale distrazione, magari per la foga di gustare un ultimo espresso:
un marsupio dimenticato sulla moto per pochi minuti ci è stato portato via.
All’interno cellulari, soldi, documenti. Il Divoratore era distrutto, meditava
di rientrare, di abbandonare la missione al terzo giorno. La rabbia era così
forte e così intrisa di senso di colpa che il Divoratore sembrava stordito, era
abbattuto e, siccome lo conosco, una sua preoccupazione è stata sicuramente
quella di aver creato un problema a noi, ai suoi amici e compagni di viaggio
La cosa peggiore che mi è capitata di vedere
in vacanza è stata un amico disarmato, abbattuto, che non riusciva a trovare
alternative. Il morale era a terra, non c’erano soluzioni, la rabbia è durata
un attimo, l’abbattimento e il senso di sconfitta erano le emozioni ricorrenti.
Ormai restava solo far denuncia e sfruttare la carta di credito di Testa di
Melone (compagna del Divoratore) per tornare.
Poi il sequestro emotivo passa,
la mente si schiarisce ed il Divoratore passa dal problema alla soluzione.
Fa la denuncia alla Gendarmerie,
corre in ambasciata, si fa spedire dei soldi attraverso Wester Union (Grazie a
Testa di Melone, vedere una prima soluzione ad una parte del problema lo rende
meno insormontabile). Intanto noi ci godiamo un altro po’ di Strasburgo
controllando i cestini e chiamando il cellulare rubato, meglio non lasciare
nulla di intentato. Mancano ancora i documenti ma con la denuncia forse si può
tentare di arrivare almeno a Calais. L’entusiasmo non è tornato ma il rientro è
scongiurato. L’indomani ci aspetta una sosta a Metz per andare in ambasciata.
Strasburgo – Metz è una corsa
contro il tempo, arriviamo ad ambasciata aperta e noi abbiamo un po’ di tempo
per goderci la città che però meriterebbe più attenzioni e più tempo.
Aspettiamo il Divoratore di ritorno dall’ambasciata pazzeggiando in giro fra
strade gialle e il mercato coperto coi suoi odori e sapori antichi, di quelli
che mi ricordano le foto dei miei nonni e la loro bancarella di pesce. A Metz è
uguale, il pesce con il suo odore di mare e freschezza, i formaggi dall’aroma
corposo, la frutta e la verdura, colorate e solari e la carne, rossa e
invitante. Esco dal mio giro al mercato con i succi gastrici stimolati dalla
vista di tutto quel ben di Dio. Quando ci raggiungono l’unica novità è che in
Inghilterra non può andare, mannaggia.
In compenso ha una lunga lista di
ambasciate e consolati in Europa da contattare, la speranza ancora c’è. La
speranza è che alla stessa domanda ci diano risposte diverse. Non così raro, in
fondo.
Proseguiamo quasi sospesi
attraverso l’infinita campagna francese, bellissima, con il grano appena
tagliato che forma dune che sembrano deserto e alberi isolati e coraggiosi. Il
caldo penetra nei nostri giubbotti e si fa sentire, ci fermiamo lungo la strada
per goderci un po’ d’erba e ombra e poi arriviamo fino a Verdun
per una bevuta rinfrescante. Questa
zona è piena di campi di battaglia della grande guerra, ogni paese che
attraversiamo ha la sua dose di sofferenza e ricordo. Arriviamo a Reims,
stanchi per il lungo giro. La città un po’ ci delude ma forse è solo l’umore.
C’è da dire che, per essere la zona dello Champagne abbiamo visto pochissime
viti, forse abbiamo sbagliato qualche cosa. In compenso ci stupisce un suo
abitante, che ringrazio ancora, che si offre di farci strada fino ad una zona
con alberghi. Un ragazzo giovane, con l’aria un po’ sperduta e un po’ stordita.
Comunque una persona gentile, non sarà l’unica del nostro viaggio.
La sera il nuovo piano si
delinea: decidiamo che arriveremo a Calais, e lì il Divoratore ci aspetterà
mentre noi passiamo tre giorni in Inghilterra. Una volta ricongiunti
rientreremo sperando che Shengen ci permetta di passare inosservati in Belgio e
Germania, per non stravolgere il programma. Nella mia testa invece comincio già
a pensare a come rientrare passando dalla Francia, si può fare, trovare
alternative migliora il mio umore, a Reims l’abbattimento è un ricordo.
La mattina dopo ripartiamo con
l’unico vero stravolgimento al piano iniziale, invece di puntare il Nord e
Calais Johnny ha smania di vedere il mare e ci dirigiamo a Nord Est, con l’idea
di farci un pezzo di costa fino a Calis. Proprio mentre cominciamo a
convincerci delle soluzioni, i problemi si schiariscono ulteriormente e a
Stella Plaige, fra un bagno di sole ed un fritto nasce una nuova idea: il
Divoratore chiama casa e si fa spedire a Calais il passaporto via DHL.
Saliamo in moto con nuovi sorrisi
e bruciamo la strada fra Stella e Calais lanciando un veloce sguardo a Boulogne
sur Mer e agli scorci di Manica che ogni tanto intravediamo.
Arriviamo a Calais stanchi,
convivono stanchezza fisica, mentale ed entusiasmo per la nuova risposta ai
problemi. Dopo cinque giorni di viaggio maturo una mia decisione: per cinque
giorni sono stato quasi in silenzio, appoggiando decisioni e soluzioni,
cercando di dominare l’istinto prevaricatore che si annida in me; adesso ho
deciso che sarò più presente, in fondo son fatto così, gli altri lo sanno.
La sera siamo a Calais, il passaporto
è atteso domani, cominciano le ipotesi, ritorniamo ad essere frizzanti. Nel
frattempo Johnny si è ritagliato un paio d’ore per godersi la costa del Nord
della Francia, alla ricerca di un faro da fotografare. La ricerca ha portato
poco ma ci racconta di strade belle e tortuose, di quelle che è divertente fare
a moto scarica.
Col passaporto sarà possibile
andare in Inghilterra anche se manca sempre la patente. Ormai il rischio val la
pena di essere corso.
Nel frattempo giriamo Calais
città di mare con sottofondo di gabbiani e gente di porto. Pesce, carne e molto
fritto. E’ il Nord della Francia. Scopriamo anche una mostra fotografica
dedicata all’ambiente, bella, significativa, allarmante.
Ora che siamo di nuovo a regime
decidiamo che l’andata in Inghilterra sarà in traghetto mentre il ritorno con
l’Eurotunnel.
Il giorno dopo, il sesto del
nostro viaggio, saliamo sul traghetto, direzione le bianche scogliere di Dover.
Superare gli ostacoli fa crescere
l’entusiasmo, l’impresa è ogni giorno più fattibile.
Arriviamo a Dover e, per prendere
dimestichezza con la guida a sinistra, decidiamo di percorrere qualche miglio e
di alloggiare ad Ashford. Il passaggio in Inghilterra ci ha fatto guadagnare
un’ora per via di Greenwich. La guida a sinistra all’inizio è problematica ma
dentro al casco penso che in macchina, con l’impostazione per guidare a destra,
sarebbe molto peggio. Basta far dimestichezza con le rotonde ed evitare di
dover svoltare a destra, impresa improba, specialmente a fine giornata.
Johnny ci fa notare che sulla
cartina Dover è a destra e che quindi dovremmo svoltare solo a sinistra.
Ad Ashford troviamo alloggio in
un pub dopo che la signora che lo gestisce ha fatto traslocare alcuni avventori
per farci posto, altra persona gentile del nostro viaggio.
Di colpo, l’idea di dormire in un
pub ci trasforma da trentenni a ventenni. Ashford non piace più di tanto,
quella sera pare una città fantasma. Le nostre camere ed i bagni sono quanto
meno particolari, da ventenni ci sentiamo di colpo cinquantenni lamentosi. Ci
laviamo in maniera avventurosa e riusciamo ad essere pronti per la sera.
In giro non succede quasi nulla,
l’animosità delle città che abbiamo incrociato da Altdorf in avanti contrasta
con questo primo scorcio inglese. Solo il nostro pub è vivo, è una serata
microfono aperto per tutti i suonatori e birra a fiumi per gli astanti. Ci
stringiamo attorno ad un tavolino avvolti nell’Amuchina, siamo pur sempre nel
paese della febbre suina ed ascoltiamo band di giovani di ieri che suonano e si
mischiano sul palco dando vita a formazioni sempre diverse. Il livello è appena
sopra alla Corrida ma è comunque divertente e piacevole. Un ubriacone che si
invaghisce di mia moglie anima un po’ la mia serata, ma è innocuo, conclude
semplicemente dicendo che sono un uomo fortunato. Ha ragione. Andiamo a letto
stanchi, spranghiamo le porte mentre i gorgheggi dei bevitori nel cortile
riempiono l’aria fino a notte inoltrata.
La mattina dopo ha un sapore
speciale, si punta a Stonhenge, il nostro obiettivo. Facciam colazione con me e
Johnny che canticchiamo la canzone del Gladiatore, per caricare ancora di più
la truppa.
Poi pioggia, fine fine, sole e
caldo, per km.
Alla fine Stonehenge.
Il nostro primo obiettivo è
centrato, siamo arrivati, siamo ai piedi dei pietroni. L’Inghilterra del Sud è
bellissima, verdissima, ordinata, i paesi che attraversiamo sembrano figli di
un unico pensiero, anche la guida a sinistra diventa famigliare, se non fosse
per le rotonde contromano.
E’ piacevole anche mangiare km in
autostrada, il panorama è nuovo e anche le zavorrine se la passano.
I paesaggi si susseguono, i paesi
hanno tutti le stesse caratteristiche, i colori sono saturi.
Attraversare il Sud
dell’Inghilterra è veramente un attimo.
Passiamo un po’ di tempo a
Stonehenge, ognuno raccolto a modo suo. Io faccio foto, le zavorrine si accucciano
in meditazione, il Divoratore assapora l’aria come un felino e Johnny disegna e
si isola.
Ripartiamo in direzione
Glastonbury o meglio, Avalon. Prossima tappa sarà il nostro giro di boa, il punto
più lontano da casa. Glastonbury è un incanto, piena di misticismo, uno di quei
posti dove storie, miti e leggende si confondono e si perdono nei
secoli.
E’ talmente magica che non ci
perdiamo per raggiungerla, nonostante la guida al contrario e la stanchezza.
Troviamo posto in un pub, come
sempre chiediamo di parcheggiare le moto. Sul retro, ci indicano.
Arrivati sul retro ci viene
incontro un uomo sul metro novanta, spalle importanti, cinquantenne, capelli
lunghi, grigi e sfibrati. Tatuaggi e piercing ovunque, vestiti in pelle e due
occhi pallati che ci fissano. I suoi occhi mi ricordano quelli di un husky tanto
sono chiari. Agita le lunghe braccia e blatera qualcosa verso il Divoratore,
che non parla molto inglese, con lo stesso timbro di voce dell’uomo nero dei
miei sogni di bambino. Quando mettiamo il cervello in modalità inglese capiamo
che ci dice che è pericoloso lasciare le moto lì, che la sera c’è il rischio ce
chi frequenta il pub ci si appoggi, le faccia cadere o peggio. Io da poco cuor
di leone dico agli altri che se un soggetto così mi dice che un posto è
pericoloso io ci credo. Alla fine mi sento di poterlo inserire fra le persone
gentili incontrate nel viaggio. Andiamo via e finiamo a dormire in un bed &
breakfast incantato, gestito da una tranquilla e piacevole signora, con
parcheggio interno e abbondante colazione. Ci ripaga di tutte le fatiche. E’ il
posto dove decidiamo di fare il bucato e dove reimposto completamente il carico
della moto, ripiego le magliette e verifico l’attrezzatura.
La mattina successiva è molto
mistica, fra i resti dell’abazia, la tomba di Re Artù, il Biancospino, la salita
al Tor. Momenti molto intimi e molto belli.
Il pomeriggio si girano le moto e
si inizia il rientro. E’ la prima volta che partiamo di pomeriggio e lo
facciamo dopo una buona camminata. Il viaggio non dovrebbe essere lungo.
Passiamo Southampton, Chichestern
(gemellata con Ravenna) e arriviamo fino a Folkestone, dopo una infruttuosa
ricerca di un albergo lunga 60
km. Per un attimo abbiamo anche pensato di tornare in
Francia la sera stessa, abbattuti per l’infruttuosa ricerca di un letto. Sarebbe
un indegno saluto all’avventurosa Albione. Invece un’altra persona gentile ci
aiuta a trovare alloggio a Folkestone e questa volta il merito è di Johnny che
sicuramente l’ha sedotta con il suo inglese e il suo fascino italiano.
L’albergo si affaccia sulla
Manica.
Al risveglio, prima di partire, incontriamo
4 ragazzi di Roma che in vespa (PX 125 e 150) puntano a Londra. Eroi. Per un
attimo sento svilita la nostra missione, ma è solo un attimo. Attimo durante il
quale però nasce l’idea per il prossimo viaggio.
Noi finalmente andiamo al tunnel,
passeremo sotto la manica.
Obiettivo della giornata viene
fissato in Bruxelles.
L’esperienza del tunnel di per sé
è abbastanza povera, mezzora nel vagone di un treno in compagnia della moto, ma
rientra nello spirito della vacanza: se non lo facciamo questa volta, che altre
occasioni avremo. I controlli alle moto animano un po’ l’imbarco, escono un
paio di tipi alla C.S.I., mi chiedono se porto armi, cosa tengo nelle valige e
passano un tampone su tutte le giunture dei bagagli per poi scomparire dentro
una porta. Quando ne escono abbiamo il permesso di tornare nel continente.
La giornata si conclude in
Belgio, a Bruxelles, dopo aver attraversato Dunkerque e Brugge e tutta la campagna
belga, ricca di mucche e pale eoliche, che invidia, le pale non le mucche.
Adesso sono decisamente
rilassato, la metà l’abbiamo raggiunta ed ogni km me lo godo con nuova
serenità, nuova goduria.
Bruxelles è bellissima, viva e
golosa. Incontriamo una festa House in un parco, suonatori di violino in
centro, cioccolaterie con cascate di cioccolata, birrerie con produzione
propria. Insomma merita ampiamente il passaggio e la sosta. La mattina, mentre
come sempre aspetto i miei compagni facendo un po’di ginnastica, mi intrattengo
con due motociclisti francesi. Loro non parlano inglese, io non parlo francese
ma riusciamo a raccontarci i nostri viaggi, le nostre tappe. Sono sorpresi del
nostro giro. Comincio a rendermi conto che aver affrontato tutti quei km me li
rende semplici mentre chi mi sente da fuori ancora si stupisce. Sono anche
abbastanza convinto che uno dei due ci sia rimasto male perché il mio Givi è
più grande del suo, non per fare lo psicologo ma mi sembra che avere il Givi
piccolo lo frustri oltre misura.
Lussemburgo, meta del giorno
dopo, ci delude un po’, poca vita e tutta molto, molto turistica, pre
confezionata. Fra l’altro la strada che ci porta fino a Lussemburgo è stata
breve e ripetitiva. Anche qui, pale eoliche.
Ripartiamo all’alba
dell’undicesimo giorno con la pioggia. Fortunatamente dura poco (meno del tempo
che mi ci vuole per togliere il Kway e indossarlo).
Ci aspetta il sesto stato, la
foresta nera ed un tuffo nel passato.
Il nostro obiettivo giornaliero è
Stoccarda ma prima ci fermiamo a Speyer, città tedesca gemellata con Ravenna
dove Johnny ed io andammo ai tempi del liceo per uno scambio culturale. Tuffo
nel passato con ricordi e aneddoti del 1996, giretto per la città, molto bella,
anche lei meriterebbe più tempo e credo
che un giorno l’avrà. Quindi
ripartenza per Stoccarda.
Stoccarda è piaciuta a tutti meno
che a me. L’abbiamo vista molto poco, solo un parco (immenso) e un po’ il
centro. Personalmente non mi ha lasciato molto, forse con più tempo la
apprezzerei.
Molto più bello è stato trovarsi
in mezzo alla foresta nera. Fresca, verde, affascinate. Un po’ di guida
rilassata ma attenta, dove guardare le curve e non solo le macchine.
La mattina dopo partiamo per
Monaco, il ritorno in Italia si avvicina.
Il viaggio verso Monaco è stato
bello, difficile e stancante
La prima parte è stata una
continuazione del giorno prima, l’ultima parte disastrosa. Ma è stato comunque
bello e divertente perderci, non trovare aiuto per ore e alla fine, come
sempre, imbattersi in qualcuno di gentile che, a gesti, ci ha indirizzato
correttamente.
Anche arrivati a Monaco veniamo
aiutati da un’altra persona molto gentile che ci trova un albergo con un giro
di telefonate.
Passiamo due giorni nella
capitale della baviera fra birra, passeggiate, brezel, musica. Alla partenza il
pensiero comune è lo stesso: bisogna tornarci. Monaco merita di essere
frequentata, merita di diventare famigliare. Ci ero già stato, sempre per un
paio di giorni e l’impressione era stata la stessa.
Me lo appunto, magari questo
autunno un salto possiamo farcelo.
Monaco Innsbruck è una sgambata
prima del grande rientro via Brennero.
Ad Innsbruck c’è già aria di
rientro, in tanti capiscono se parliamo in italiano, il confine è dietro
l’angolo. Solo il caffè continua ad essere lontano dall’essere accettabile ma
in questi casi l’errore è ordinarlo. Il girono dopo siamo sull’A22, si torna a
casa. A Verona tolgo l’imbottitura alla giacca.
Totale 4.143 km.
La mia Transalp, carica come un
mulo, non ha perso un colpo, sempre pronta, brillante.
L’hanno ammirata in tutta Europa,
specialmente motociclisti e bambini.
Donne e uomini attempati invece
erano attratti più dal Bonneville di Johnny.
Questo è stato il primo viaggio
che ho fatto con la moto. Ho scoperto la moto un anno fa, ho puntato deciso sul
Transalp e ne sono soddisfatto. Abbiamo fatto tanti km avendo pochissima
esperienza ma preparandoci bene. Eravamo attrezzati e in forma e questo è stato
fondamentale. E’ l’unico consiglio che mi sento di dare.
Siamo stati fortunati col meteo,
abbiamo preso un solo vero giorno d’acqua mentre eravamo in moto, per il resto
poche gocce insignificanti.
Abbiamo scelto una meta perché ci
interessava il viaggio ed il viaggio è stato speciale. Abbiamo visitato 7
nazioni, guidato a sinistra, parlato lingue diverse, mangiato e bevuto cose
diverse.
Abbiamo fatto strade bellissime
ma anche tanta pallosa autostrada, siamo stati in gruppo ma anche da soli,
dentro il casco.
Grazie.
Grazie ai miei 4 compagni di
viaggio, le loro emozioni hanno arricchito ogni km.
Grazie alla mia zavorrina,
trovare il suo sorriso nello specchietto era la mia benzina.
Grazie al Divoratore per aver
risolto i problemi riversando altro entusiasmo, grazie a Testa di Melone perché
per prima ha dimostrato che i problemi si possono affrontare, grazie a Johnny
Got The Blues perché lui c’è sempre in queste occasioni.
Grazie a mio babbo per lo stimolo
e l’energia che sentivo arrivarmi ogni mattina e ad ogni sms, a Stefy, Rita e
Gianni per lo scudo d’amore che ci avete mandato da Ravenna, ci ha protetto.
Grazie a tutti i motociclisti che
abbiamo incrociato, è bello raccontare la propria storia ed ascoltare quella
degli altri.
Grazie alla Nutella ed alla
colazione da campione, grazie all’Amuchina, allo spray antiforatura che non è
servito, grazie agli italiani all’estero.
Grazie al tonico naturale di mia
mamma, preso la mattina avrebbe svegliato anche Lazzaro.
Grazie ai bambini che ci
salutavano dalle macchine, loro hanno capito che eravamo supereroi su delle
fantastiche navicelle spaziali.
Grazie alle persone gentili,
questo mondo un po’ vi penalizza confondendo gentilezza e debolezza ma voi
siete un motore importante.
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